AUGURO che il NUOVO ANNO possa portare a tutti i cittadini MAGGIORE CONSAPEVOLEZZA

CONTINUIAMO A FAR MATURARE LE COSCIENZE.

Il 22 Dicembre Draghi ha annunciato, durante l’esposizione delle misure anti Covid, che nell’ambito dei decessi 3/4 erano non vaccinati ed 1/4 vaccinati. I dati ufficiali hanno SMENTITO questa affermazione rivelando che è esattamente il contrario, cioè che i decessi per Covid sono per 3/4 rappresentati da vaccinati e 1/4 da non vaccinati!

Malgrado ciò il Governo il 30 Dicembre ha varato nuove misure anti Covid che prevedono ulteriori restrizioni a partire dal 10 Gennaio, stabilendo la vaccinazione anche per poter usufruire dei mezzi di trasporto e di altri servizi!

AUGURO che il NUOVO ANNO possa portare a tutti i cittadini MAGGIORE CONSAPEVOLEZZA riguardo a tutte queste ASSURDE MISURE, varate senza alcun fondamento scientifico, che NON HANNO ALCUN EFFETTO PREVENTIVO per la salute ma di contro STANNO DISTRUGGENDO L’ECONOMIA NAZIONALE.

Mariano Amici, medico

Presto pubblicherò un libro molto interessante ed istruttivo dal titolo: “Covid: verità e libertà negate”

Presto pubblicherò un libro molto interessante ed istruttivo dal titolo:

Covid: verità e libertà negate

Vi anticipo la PREMESSA

“Dottore, ma chi te lo fa fare?”

Me lo sento ripetere ormai ogni giorno: dagli amici e dai pazienti che incontro ad Ardea e in quel territorio dove vivo e lavoro da anni; dai tanti sconosciuti che mi chiedono una stretta di mano nelle piazze delle manifestazioni cui partecipo in giro per l’Italia e, ovviamente, dalla mia famiglia che da quasi due anni vive neppure troppo indirettamente le conseguenze di questa dolorosa battaglia per la verità scientifica.

“Chi te lo fa fare?”, mi ha chiesto con gli occhi interroganti e sorriso complice sotto la mascherina anche l’agente in divisa che, l’altro giorno, tentava di respingere le incursioni sempre più aggressive e maleducate di una delle tante troupe televisive che, da mesi ormai, mi pedinano ad ogni evento pubblico o direttamente sotto il mio studio medico nella speranza di cogliere un passo falso, una dichiarazione dal sén fuggita o un qualunque atteggiamento che possa giustificare l’ennesima gogna mediatica per delegittimare la mia persona e le mie idee.

Ebbene, anch’io qualche volta me lo chiedo ma ormai da tempo ho comunque rinunciato a cercare la risposta. In fin dei conti ho sempre anteposto l’interesse del prossimo (fossero i miei pazienti o, come in questo caso, la collettività) al mio tornaconto personale e credo che tutto dipenda da come ho subito interpretato l’adesione, ormai tanti anni fa, al Giuramento di Ippocrate che, come sapete, dovrebbe essere la pietra fondante dell’esercizio della professione medica: questo testo, scritto nell’antica Grecia da colui che è considerato il padre della medicina scientifica, non è mai stato per me soltanto una suggestiva enunciazione di principi teorici da declamare quando si è novelli medici ma un vero caposaldo etico e morale per chiunque consideri la medicina come una missione preziosa al servizio del prossimo.

Sarà che io ancora mi ritengo una persona fortunata, dopo oltre 40 anni di servizio, a poter fare quello che ho sempre voluto: il medico in mezzo alla gente. Non era affatto scontato per me, figlio in una famiglia di umili contadini che ha fatto immensi sacrifici per garantirmi la possibilità di studiare, riuscire a realizzare le mie aspirazioni di bambino e per questo non mi sono mai risparmiato: dopo la laurea in medicina e chirurgia conseguita ad appena 26 anni con 110 e lode, ho subito continuato ad approfondire gli studi conseguendo specializzazioni e master (scuola di sanità militare, chirurgia dell’apparato digerente, chirurgia d’urgenza e pronto soccorso, criochirurgia) alternando allo studio, le ore di servizio in corsia per imparare la professione sul campo, al fianco di docenti e professori affermati. Era come se, dentro di me, sentissi di non aver tempo da perdere: dopo aver fatto l’ufficiale medico nell’esercito, ho intrapreso la professione in ambito universitario e ospedaliero – tra cui 15 anni di pronto soccorso e chirurgia d’urgenza – ma al contempo anche quella di “dottore della mutua”, come si diceva all’epoca.
Per me è stato un periodo molto stimolante, sempre di corsa (ho trovato pure il tempo di coltivare la passione per la politica facendo per 13 anni – e quattro elezioni – il sindaco di Ardea), sicuramente molto faticoso ma, comunque, davvero soddisfacente perché ero felice e orgoglioso di poter aiutare il prossimo. Ed è il motivo per il quale, a un certo punto, ho preso una decisione drastica ma inevitabile: mentre la mia carriera in ambito universitario e ospedaliero stava iniziando a decollare, con inevitabili benefici sul piano economico e del prestigio sociale, mi rendevo conto che solo attraverso il contatto diretto e costante con i pazienti potevo assolvere davvero alla mia piccola, grande missione di impegno sociale.

Fu allora che decisi di dedicarmi esclusivamente alla medicina del territorio e di interpretarla in maniera totalizzante: andando a visitare i pazienti a casa e rispondendo alle loro telefonate ad ogni ora del giorno e della notte; cercando di approfondirne il più possibile la conoscenza per poter disporre anche di una adeguata anamnesi familiare che spesso è indispensabile per una corretta diagnosi; imparando ad ascoltare le loro parole e le loro emozioni, tanto quanto i sintomi del loro corpo. Per quarant’anni ho sempre fatto così, confortato dalle competenze acquisite e dall’esperienza maturata sul campo, ben consapevole che per fare il medico non basti prescrivere medicine e altrettanto convinto che non sia giusto arricchirsi sulla salute del prossimo. E ho continuato a svolgere in questo modo la professione medica anche durante la fase più drammatica della pandemia: anch’io, all’inizio, ero rimasto un po’ disorientato di fronte ad un virus che veniva descritto dalle autorità sanitarie e dai media come altamente letale e sconosciuto ma quando ho iniziato a trovarmelo davanti nella pratica clinica, curando cioè i miei assistiti, mi sono reso conto che era decisamente abbordabile e se ci si sforzava di fare i medici, anziché i burocrati chiamati a rispettare i rigidi protocolli ministeriali.

Ma possibile che il Covid, descritto alla stregua di una peste letale, poteva essere curato tranquillamente a casa, senza terrore, senza ricorrere al ricovero ospedaliero e a terapie costose – e per giunta molto invasive – ma semplicemente attingendo alle conoscenze di un umile medico del territorio? E perchè, nonostante le procedure d’emergenza e la mobilitazione dell’intero apparato sanitario, la gente continuava a morire? E come mai, nonostante mi sia preoccupato di segnalare alle autorità sanitarie l’esito delle mie attività mediche, nessuno sembrava interessato ad ascoltarmi? E’ stato allora che ho sentito il bisogno di gridare (letteralmente) al mondo quello che avevo scoperto e confermato nella pratica quotidiana, guarendo dal Covid i miei assistiti senza ricoveri né decessi: ho iniziato a parlare nelle piazze, inizialmente davanti a poche decine di persone e oggi al cospetto di folle oceaniche, poi sono arrivate le prime interviste in internet, i post sui social e sul mio sito, le ospitate sulle emittenti televisive locali e infine, dopo il provocatorio esperimento del tampone al kiwi, gli inviti ai talk-show delle tv nazionali. Mi ero illuso di poter finalmente raccontare la mia esperienza davanti a chi avrebbe potuto prenderne atto e magari ricavare ispirazione per correggere approcci terapeutici che, nel frattempo, si stavano rivelando assolutamente inadeguati… E invece no: quando la stampa nazionale (ovvero i grandi giornali e le grandi emittenti televisive) mi hanno concesso il diritto di parola è sempre stato soltanto per attaccarmi, per prendersi gioco della mia persona e del mio operato, mai per consentirmi di argomentare le mie tesi e respingere le accuse.

Dalle prime interviste a “Piazza Pulita”, a “Non è l’Arena” o a “Porta a Porta” sono passati diversi mesi e, ormai, anche molti medici che in quei talk show mi davano impunemente del ciarlatano oggi sostengono in tv quanto io ripeto da sempre. Per forza! E’ l’andamento stesso della pandemia che ha progressivamente confermato tutte le affermazioni che a suo tempo avevo previsto obbligando i miei detrattori a rivedere le proprie posizioni. Ma mentre in questo lasso di tempo la mia credibilità è cresciuta esponenzialmente agli occhi dell’opinione pubblica con decine di migliaia di persone che ogni giorno seguono i miei post sui social o partecipano agli eventi ai quali aderisco, per i giornalisti dei media mainstream io resto sempre uno “stregone”, come una volta ebbe a definirmi da Corrado Formigli il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri senza mai riuscire, tuttavia, a confutare sul piano scientifico le mie affermazioni.

E allora, eccoci al motivo per cui ho deciso di scrivere questo libro: permettere a tutti voi, lettori, di accedere direttamente alle fonti scientifiche che mi hanno sempre ispirato o che hanno di volta in volta confermato le mie intuizioni di medico. Nessuna stregoneria, nessun negazionismo, ma solo solide basi scientifiche e un costante lavoro di ricerca di tutti gli studi più recenti che stanno progressivamente confermando che il Covid si può guarire perché non è affatto la peste del secolo ma, purtroppo, anche che i vaccini così tanto osannati non sono affatto efficaci e purtroppo neppure innocui. Questa è la verità che la storia ormai sta di giorno in giorno confermando, sempre nel silenzio omertoso dei presunti “scienziati” che affollano gli studi televisivi con la complicità omertosa dei giornalisti che li invitano: io che prima di tutti ho cercato di rompere il muro della narrazione mainstream, sono stato prima aggredito verbalmente e poi perseguitato da quelle stesse istituzioni che ho sempre servito in 40 anni di professione con impegno, passione civica e onestà.

E allora, di nuovo, perché lo faccio? Perchè sono convinto che sia giusto nei confronti di questo Paese e dei suoi cittadini. E perché ritengo che a chiedermelo sia lo stesso Giuramento di Ippocrate che, certo, invita noi medici a curare secondo scienza e coscienza i nostri pazienti ma soprattutto a non far loro del male (in latino: primum non nocere): e un paziente informato è un paziente consapevole e libero di scegliere da che parte stare.

Mariano Amici, medico

Riflessioni sulla mancanza di autopsie

Iniziamo analizzando dei brani tratti da: “Procedura per l’esecuzione di riscontri diagnostici in pazienti deceduti con infezione da Sars-Cov-2” redatto dal gruppo di lavoro ISS Cause di morte Covid-19, datato 15 giugno 2021 e allegato al rapporto ISS Covid n. 13/2021. Ve ne riporto alcune citazioni testuali, sulle quali vi invito a riflettere.

«Il rapporto presenta indicazioni per l’esecuzione di riscontri diagnostici in pazienti deceduti con infezione da SARS-CoV-2. Nei casi di decessi positive per infezione da SARS-CoV-2 il riscontro diagnostico ha un ruolo confermatorio di un quadro di laboratorio e di imaging e può contribuire alla diagnosi e a spiegare i meccanismi della malattia.»

Qui dice che il riscontro diagnostico, cioè l’autopsia, serve per confermare che il deceduto positivo al Covid fosse effettivamente malato di Covid e che può contribuire alla diagnosi, il che significa che la diagnosi non è certa, e a spiegare i meccanismi della malattia, il che significa che tali meccanismi non ci sono ancora del tutto chiari.

«L’Istituto Superiore di Sanità – (…) – ritiene fondamentale l’apporto che può essere dato allo studio della malattia dall’esecuzione del riscontro diagnostico.» Questo è un concetto semplice: le autopsie e gli esami che si eseguono dai campioni prelevati nel corso delle autopsie sono di importanza fondamentale per conoscere la malattia.

Adesso andiamo a vedere cosa diceva la circolare del Ministero della Salute protocollo 11285 del 01 aprile 2020 al paragrafo C:
«1. Per l’intero periodo della fase emergenziale non si dovrebbe procedere all’esecuzione di autopsie o riscontri diagnostici nei casi conclamati di COVID-19, sia se deceduti in corso di ricovero presso un reparto ospedaliero sia se deceduti presso il proprio domicilio.

2. L’Autorità Giudiziaria potrà valutare, nella propria autonomia, la possibilità di limitare l’accertamento alla sola ispezione esterna del cadavere in tutti i casi in cui l’autopsia non sia strettamente necessaria. Analogamente le Direzioni sanitarie di ciascuna regione daranno indicazioni finalizzate a limitare l’esecuzione dei riscontri diagnostici ai soli casi volti alla diagnosi di causa del decesso, limitando allo stretto necessario quelli da eseguire per motivi di studio e approfondimento.

3. In caso di esecuzione di esame autoptico o riscontro diagnostico, oltre ad una attenta valutazione preventiva dei rischi e dei vantaggi connessi a tale procedura, devono essere adottate tutte le precauzioni seguite durante l’assistenza del malato.»
Fate attenzione alla frase “non si dovrebbe procedere all’esecuzione di autopsie o riscontri diagnostici” e ricordatevi che eravamo davanti ad una malattia sconosciuta. Esami autoptici e diagnostici sono fondamentali per capire e curare una patologia nuova. Il “non si dovrebbe” non ha alcun fondamento clinico e scientifico e questo sconsigliare ed invitare a limitare il più possibile era esteso anche all’Autorità Giudiziaria. Che l’esame autoptico e gli accertamenti diagnostici vadano fatti in condizioni di sicurezza per il personale sanitario è semplicemente OVVIO, ma in Italia le strutture con standard di sicurezza BSL3 non sono assenti.

Torniamo al documento “Procedura per l’esecuzione di riscontri diagnostici in pazienti deceduti con infezione da Sars-Cov-2”. Nell’introduzione si evidenzia come una serie di aspetti della malattia siano stati scoperti effettuando esami istologici su prelievi bioptici ottenuti da fegato, polmoni e cuore. E quindi troviamo in rosso questo testo:

«Si ritiene pertanto che nella infezione da SARS-CoV-2 l’esame istologico abbia un ruolo confermatorio di un quadro di laboratorio e di imaging, possa contribuire alla diagnosi e a spiegare i meccanismi patogenetici causa della morte del paziente.»
Poco dopo inizia la “preoccupazione” che questi esami diventino molti:

«A tal proposito è opportuno riferirsi alle linee guida emanate dai Centers for Disease Control and prevention (CDC) statunitensi (CDC, 2020), che prevedono l’esecuzione del riscontro diagnostico tenendo in considerazione i seguenti fattori: motivi medico-legali, necessità epidemiologiche, disponibilità di opportuna sala settoria e di personale esperto, volontà dei familiari e clima culturale del territorio.

In ogni caso si chiede di limitare al massimo il riscontro diagnostico nei soggetti sospetti di aver contratto l’infezione da SARS-CoV-2.»

https://www.iss.it/documents/20126/0/Rapporto+ISS+COVID-19+13_2021.pdf/53c7fd21-eff6-58b5-f1cd-991e94e51d25?t=1623833042166

https://olympus.uniurb.it/index.php?option=com_content&view=article&id=22118:sal11285_2020&catid=6&Itemid=137

Perché vi ho invitato a riflettere su questa documentazione? Perché ancora oggi si percepisce un certo freno nell’eseguire autopsie. Il motivo?

Torniamo indietro alla prima fase, quando erano sconsigliate. Non voglio essere io a parlare, ma lascio che lo facciano i medici legali di una serie di università italiane, che hanno pubblicato il 12 marzo del 2020 su “Journal of clinical medicine” un articolo scientifico dal titolo “No Autopsies on COVID-19 Deaths: A Missed Opportunity and the Lockdown of Science” che tradotto significa: “Assenza di autopsie sui deceduti per Covid-19: un’occasione mancata e il lockdown della scienza”. Gli autori hanno esaminato 9709 pubblicazioni scientifiche, che esaminavano 12.954 pazienti di cui 2.269 deceduti. In tutti i casi l’infezione da Covid-19 è stata confermata da esami di laboratorio. Solo 46 studi riportavano in modo completo le comorbità. Solamente 7 studi riportavano indagini istologiche eseguite su campioni provenienti da autopsie. Hanno trovato in tutto la documentazione di due autopsie complete e solo una delle due si concludeva attribuendo al Covid-19 la causa del decesso. La mancanza di autopsie ha impedito di determinare la causa esatta della morte e l’andamento preciso del Covid-19. Un passaggio importante: «La perdita di potenziali informazioni chiave sui reali meccanismi alla base della morte a causa delle infezioni da COVID-19 non consente una valutazione reale della mortalità da COVID-19, che potrebbe addirittura essere sopravvalutata dato che la causa precisa della morte rimane sfuggente.»

E ancora: «Come possiamo stimare la reale mortalità specifica per causa, incluso il tasso di mortalità, associata a COVID-19 quando la causa della morte non è presente negli studi? Come possiamo identificare le cure aggiuntive richieste per specifiche categorie di pazienti se mancano ancora informazioni sulla vera causa della morte?

Tali questioni irrisolte devono essere affrontate al momento e dovrebbero rappresentare uno degli obiettivi della comunità scientifica.»

Ve lo chiarisco meglio. Poiché l’unico modo certo per verificare la causa di un decesso è l’autopsia accurata, non effettuare autopsie accurate e cercare di sconsigliarle ha determinato e continua a determinare (volutamente?) l’impossibilità oggettiva di stimare il vero tasso di mortalità associato al Covid-19.

Mariano Amici, medico

https://www.mdpi.com/2077-0383/9/5/1472
https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/medicina/2020/05/22/coronavirus-medici-legali-grave-errore-non-fare-autopsie_e77f7347-1dfe-4eb0-b84c-7a1a548231b5.html

Rispondo a Luca Telese, titolo di studio ignoto, per quanto affermato a “NON È L’ARENA” su LA7

I dati che Telese mi sfida a contestare sono quelli che l’ISS ammonisce a non considerare come indicatori dell’efficacia della vaccinazione ma solo a titolo descrittivo. Attendo le sue scuse.

Nel corso della trasmissione “Non è l’arena” del 27 ottobre, il giornalista Luca Telese, di cui è ignoto il titolo di studio, dopo avermi pesantemente insultato, rispettando quello che in tutta evidenza era il ruolo assegnatogli dal copione, ha messo in piedi un patetico tentativo di travisare le mie affermazioni.
Mi ha attaccato per ciò che non ho mai dichiarato, nello specifico aver sostenuto che solo il 2,9% dei 131.688 decessi sono attribuibili al Covid in base ai dati ISS. Le mie esatte affermazioni sono state pubblicate il 22 ottobre qui: https://www.marianoamici.com/riflessioni-sui-decessi-con-covid19/ e chiunque sia in grado di leggere e scrivere può verificare che non sono caduto nella trappola mediatica di attribuire all’ISS deduzioni che non gli appartengono.

Poi mi ha sfidato ad accettare o contestare “il rapporto di oggi dell’ISS che dice che hanno esaminato 38000 persone vittime del Covid e di queste 34000 risultano non vaccinate 1440 vaccinate”.
Luca Telese stava citando il punto 6 dello stesso bollettino relativo alle caratteristiche dei pazienti deceduti positivi all’infezione da Sars-Cov-2 ( che potete trovare qui: https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/bollettino/Report-COVID-2019_5_ottobre_2021.pdf) in cui siamo stati informati che dall’analisi di 7.910 cartelle cliniche di deceduti positivi al Covid-19, solo 230 pazienti (il 2,9%) risultava non affetto da patologie preesistenti. In questo punto 6, è lo stesso ISS a fare una importante precisazione, che riporto testualmente: «Si segnala che questo dato non può fornire informazioni circa l’efficacia della vaccinazione ma viene fornito con finalità puramente descrittive.»

Ve lo ripeto: «Si segnala che questo dato non può fornire informazioni circa l’efficacia della vaccinazione ma viene fornito con finalità puramente descrittive.»

Ed è il motivo per cui ho evitato di analizzarlo in precedenza, perché le finalità descrittive non sono scientificamente valide, servono a generare l’illusione che i vaccini funzionino. Era esattamente quello che intendevo quando ho risposto a Telese che non accettavo questi dati.

Il famoso punto 6 del rapporto ci dice che dal 01/02/2021 al 05/10/2021 ci sono stati 38.096 “decessi Sars-Cov-2 positivi”, vi invito a prestare attenzione, l’ISS non dice che sono morti a causa del Covid ma che erano positivi al Covid, e sono due affermazioni molto diverse, perché essere positivi al Covid al momento del decesso non implica affatto che il Covid abbia causato il decesso, che è esattamente quello che dico da un anno a questa parte, ma che Telese non ha ancora capito, oppure, rispettando il copione, finge di non aver compreso.
Non è affatto casuale che l’ISS usi questa precisa scelta di parole: “decessi Sars-Cov-2 positivi”. Sono i giornalisti, in malafede o perché privi della necessaria preparazione, a trasformare i decessi con Covid in morti a causa del Covid.

1440 persone di questi 38.096 deceduti avevano ricevuto da più di 14 giorni una vaccinazione completa (3,7% del totale considerato). Sono state esaminate 171 cartelle cliniche di questi pazienti, riscontrando un’età media di 85,5 anni e che mediamente soffrivano di 5 gravi patologie preesistenti.
Poi abbiamo 2.130 vaccinati con la dose unica del vaccino J&J o con una sola dose di due, che si sono ammalati prima che fossero trascorsi 14 giorni dall’inoculazione. Questi decessi vanno a comporre il 5,6% del totale considerato. Tali pazienti, di cui sono state esaminate 239 cartelle cliniche, avevano un’età media 84 anni e soffrivano mediamente di più di 4 gravi patologie preesistenti.

In merito a questa categoria vi esorto a riflettere che si tratta di persone evidentemente vulnerabili in cui la vaccinazione ha certamente indebolito la capacità reattiva. Queste cartelle cliniche andrebbero vagliate con estrema attenzione, una per una, e andrebbero svolti accertamenti autoptici finalizzati a verificare il ruolo svolto dalla vaccinazione stessa come possibile concausa del decesso.

Infine ci sono i 33.620 non vaccinati, di cui sono state esaminate 671 cartelle cliniche. Dalle cartelle è emerso che si trattava di persone di età media intorno ai 78 anni e con 4 patologie gravi preesistenti.
Presentati in questo modo, i dati sembrano dimostrare l’efficacia vaccinale, ma la realtà è diversa.

I dati non sono comparabili e l’ISS lo sa, per questo precisa che sono a scopo descrittivo e non utili a valutare l’efficacia vaccinale.

La campagna di vaccinazione è iniziata il 27 dicembre 2020. Al 01 Febbraio 2021 era vaccinato l’1,2% della popolazione (doppia dose) e il 2,4% con una dose, per cui era del tutto ovvio che la maggioranza dei positivi al Covid e dei deceduti fossero privi di vaccinazione.

Per arrivare al 50% di copertura con vaccinazione completa (63,3% con singola dose), momento in cui la comparazione inizia ad essere statisticamente valida, bisogna spostarsi al 27 luglio 2021, cosa che il rapporto evita di fare.

Per spiegarvelo in modo più semplice, se gli italiani sono 60 milioni e vogliamo confrontare l’incidenza dei decessi e dei contagi fra vaccinati e non vaccinati in modo serio, dobbiamo selezionare un periodo in cui le due categorie erano equivalenti, quindi in cui le vaccinazioni erano intorno al 50%. Diversamente il dato è falsato.

Quello che invece si può fare è comparare l’andamento dei contagi – fra periodi analoghi dell’anno – prima e dopo la campagna di vaccinazione. Vi invito a farlo. Andate sul motore di ricerca e digitate “statistiche Covid”, quindi fate i vostri confronti.

Prendiamo proprio il 27 luglio 2021, in cui la metà della popolazione era vaccinata e confrontiamolo con lo stesso giorno di un anno prima, in cui nessuno era vaccinato. Attenzione, nei due giorni presi a confronto anche le restrizioni sociali erano simili, quindi possiamo paragonare i due dati.

I nuovi casi giornalieri il 27 luglio 2020 (nessun vaccinato) erano mediamente 17. Lo stesso giorno di un anno dopo (50% di popolazione vaccinata) erano mediamente 694.
L’effetto vaccinazione si è manifestato con un netto AUMENTO dei positivi, che sono diventati 40 volte di più.

E i decessi? Il 27 luglio 2020 ed il 27 luglio 2021 la media giornaliera dei decessi era la stessa: 1.

Questi sono gli elementi di verità per valutare quanto la vaccinazione Covid abbia inciso per prevenire i contagi e per ridurre la mortalità.

E voglio approfittarne per invitarvi a rileggere le mie riflessioni sui decessi associati con il Covid che trovate qui: https://www.marianoamici.com/riflessioni-sui-decessi-con-covid19/ rispetto alla quale ho il piacere di aggiungere un intervento dell’ISS a precisazione dell’interpretazione dei dati che molti giornali (ma non io) hanno attribuito all’ISS.
Vediamo insieme questo passaggio importante contenuto nel comunicato:
«I rapporti congiunti ISTAT-ISS stilati sulla base dei certificati di morte riportano come COVID-19 sia la causa direttamente responsabile della morte nell’89% dei decessi di persone positive al test SARS-CoV-2».

Cosa vuol dire esattamente questa precisazione? Che ritengono il Covid responsabile dell’89% dei 131.688 decessi a lui attribuiti? E che quindi i decessi non sono 131.688 ma 117.202?
Questo lo lascio interpretare a voi.

L’intero comunicato è qui: https://www.iss.it/web/guest/primo-piano/-/asset_publisher/3f4alMwzN1Z7/content/id/5868665

Nel frattempo sono cambiati i numeri dell’incidenza del Covid sulla mortalità generale del 2020. Dopo un iniziale annuncio di 100.000 morti in più della media attesa, da attribuire al Covid, questo dato è sceso a 77.136. Per inciso, c’è da ricordare che oscillazioni annuali da 4000 a 30.000 sono avvenute sistematicamente anche in passato e che, tanto per citare un esempio, nel 2015 ci furono 49.000 morti in più rispetto al 2014.

Mariano Amici, medico

http://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=93183
https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/pdf/Rapp_Istat_Iss_gennaio-novembre-2020.pdf
https://www.tuttitalia.it/statistiche/popolazione-andamento-demografico/

 

I nostri adolescenti stanno soffrendo: DRAMMATICO AUMENTO DI DEPRESSIONE ED AUTOLESIONISMO NEI GIOVANISSIMI

Torno a parlare degli effetti della catastrofica gestione dell’emergenza epidemiologica sui nostri giovanissimi. Lo faccio a seguito delle recenti dichiarazioni rese all’agenzia di stampa adnkronos da Carlo Locatelli, responsabile del Centro antiveleni e Centro nazionale di informazione tossicologica dell’Irccs Maugeri di Pavia. L’esperto ha messo a confronto i dati dei primi 4 mesi di più anni, prima e dopo il Covid-19. Se nel 2014, 2015 e 2016, tra gennaio e aprile, si viaggiava al ritmo di circa 48-50 casi al mese di intossicazioni a scopo autolesivo negli adolescenti, “nello stesso periodo del 2021 questo dato è salito a 86 con punte di 100”.

La maggioranza dei pazienti ha tra i 15 ed i 18 anni, ma ce ne sono molti tra i 13 ed i 14, più rari i 12 enni e pochissimi i più giovani, tra i 10 e gli 11 anni di età. In 4 casi su 5 si tratta di ragazze.

Sul totale degli episodi accertati di intossicazione, il 22-23% avviene con l’utilizzo di prodotti domestici (candeggina, acido muriatico), il 4% con prodotti cosmetici (come lo shampoo, “che è pericoloso perché la schiuma che produce invade i polmoni”).
Il 75% è costituito da intossicazioni da farmaci: in particolare per il 50-60% neurodepressori, benzodiazepine e così via, e per il 22-25% paracetamolo. Quest’ultimo, in alto dosaggio, è il più subdolo, perché se il paziente non ammette di averlo assunto, ci si ritrova dopo 48 ore a gestire un’epatite acuta che non si riesce a curare.

“Nei Pronto soccorso arrivano ragazzini che presentano sintomi psicopatologici o che hanno commesso dei gesti autolesivi. La problematica è aumentata”, conferma Carlo Fraticelli, direttore del Dipartimento Salute mentale e Dipendenze dell’Asst Lariana. “Anche noi nella nostra struttura abbiamo riscontrato un aumento di accessi nei pronto soccorso pediatrici, con un aumento delle consulenze degli specialisti di neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza. Da gennaio a giugno 2021 abbiamo avuto 166 accessi, in tutto il 2019 erano stati 280, rileviamo quindi un aumento del 30% circa rispetto all’anno prima del Covid-19”.

I bambini e gli adolescenti hanno risentito in maniera significativa sul piano emotivo delle misure di restrizione usate per contenere l’epidemia, l’effetto lockdown è stato confermato sia a livello nazionale che internazionale e sono ancora ignoti gli esiti a distanza. Se il disagio, dopo il primo lockdown, si esprimeva tendenzialmente con disturbi d’ansia e affaticamento, dopo il secondo lockdown ha prevalso l’aspetto più depressivo e autolesionista.

Questi sono gli elementi su cui la classe politica dovrebbe riflettere e non insistere nella turlupinazione e coercizione delle masse per inocularle con un siero genico sperimentale che non protegge dal contagio, non impedisce la propagazione del virus, ma sicuramente ingrassa le case farmaceutiche.

Nella Bibbia, ci viene raccontato di come Esaù, stanco e affamato, abbia ceduto i diritti di primogenitura al fratello Giacobbe, in cambio di un piatto di lenticchie. Ora, il mio sospetto è che la classe politica che è al potere abbia ceduto il nostro bene più prezioso, che è la nostra salute ed il benessere psico-fisico dei nostri figli e nipoti, per l’equivalente di un piatto di lenticchie.

https://www.adnkronos.com/dopo-covid-raddoppiati-atti-autolesivi-tra-under-18_33HvKumQ41Uz9NEvpy2C2J

Mariano Amici medico

IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO HA MENTITO IN PARLAMENTO

Mario Draghi ha dichiarato quanto segue: «Dal decreto che prevede l’estensione ai luoghi di lavoro le prime dosi di vaccino sono cresciute del 46% rispetto al trend atteso tra il 16 settembre e il 13 ottobre. Ci sono state 559.954 prime dosi di più rispetto al previsto. Non stiamo a guardare anche il numero dei decessi che è caduto del 94%, del 95% i ricoveri in terapia intensiva, le ospedalizzazioni del 92%.»

Il decreto è stato approvato il 22 settembre. In quel momento le vaccinazioni Covid erano al 74,9% per la prima dose e al 67,4% per il ciclo completo. Basta osservare il grafico dell’andamento delle vaccinazioni in Italia per verificare che nessun picco vi è stato. A settembre venivano somministrate mediamente 70 mila dosi al giorno. All’inizio di ottobre la media giornaliera era scesa sotto i 60 mila, per poi risalire leggermente con l’avvicinarsi del 15 ottobre, data dell’entrata in vigore dell’obbligo di Green Pass per i lavoratori. Le 559.954 prime dosi in più del previsto, di cui parla Draghi, non emergono in alcun modo, al contrario, venivano somministrate molte più dosi nel mese precedente (dal 15 agosto al 15 settembre), in cui la percentuale dei vaccinati è aumentata di oltre il 5%, a fronte di un effetto “super green pass” che ha visto un aumento delle vaccinazioni del 3%.

Veniamo al numero dei decessi. Il 15 settembre la media giornaliera, in base all’andamento settimanale, era di 56 morti. Al 20 ottobre la media era di 38. Il calo dei decessi non arriva al 50%, altro che 94%. Idem per i ricoveri in terapia intensiva, il 16 settembre c’erano 531 pazienti ricoverati e l’andamento medio settimanale era di 34 ingressi al giorno. Ora ci sono 356 persone ricoverate e la media è di 21 ingressi al giorno, ben lontana da una caduta del 95%. Le ospedalizzazioni? Da 4000 a 2500, che non è un calo del 92%, con un andamento che era già in calo in precedenza.

In conclusione, quando una delle massime figure dello Stato mente in Parlamento, come si può pretendere che i cittadini ritrovino la fiducia nelle Istituzioni?

https://www.governo.it/it/media/comunicazioni-del-presidente-draghi-parlamento-vista-del-consiglio-europeo/18286

Mariano Amici medico

VACCINAZIONE COVID E FERTILITA’ UMANA

Quando le mie pazienti in età fertile, o le mamme di bambine che stanno valutando la vaccinazione Covid, mi domandano se è vero o no che il siero possa influire sulla fertilità, io rispondo sempre allo stesso modo: «Non ci sono prove scientifiche per escludere questo rischio, gli effetti sulla fertilità non sono stati studiati. Ci sono sospetti scientifici che tale pericolo non possa essere escluso. E nel dubbio, nella valutazione rischi e benefici, bisogna sempre adottare un approccio di massima cautela.»

I dubbi scientifici circa la possibile influenza della vaccinazione per il Covid sulla fertilità femminile vengono frettolosamente liquidati come bufale perché non c’è evidenza scientifica a sostenere il dubbio. Ci si dimentica troppo facilmente che l’assenza di prove non costituisce prova di assenza, e cioè che non esistono prove neanche del fatto che ciò non accada, proprio perché mancano sperimentazioni adeguate sull’argomento.

L’argomentazione dei ricercatori che sollevano tali perplessità non è affatto campata in aria.
La proteina Spike è la chiave con cui il virus Sars-Cov-2 entra nelle cellule e le infetta. I vaccini contro il Covid inducono la produzione della Spike per attivare la risposta immunitaria. Più di un ricercatore ha osservato l’estrema somiglianza genetica e proteica (cioè è altamente omologa nella sequenza dei nucleotidi e aminoacidi) fra la Spike indotta dal vaccino e le sincitine umane.

Le sincitine umane sono proteine espresse fisiologicamente durante la gravidanza, che intervengono nello sviluppo della placenta, nell’impianto dell’embrione nell’utero e nell’immunosoppressione del sistema immunitario materno al fine di prevenire il rigetto dell’embrione. Provengono da un antico retrovirus che è entrato nel nostro genoma e di cui il nostro corpo sfrutta questa particolarità.

È interessante notare che anche il virus SARS-CoV-2 ha alcune sequenze identiche alle sincitine e si ritiene che siano proprio tali sequenze a conferirgli quella capacità immunosoppressiva, con cui riesce a rendersi “invisibile” al sistema immunitario della persona infettata.

A causa della somiglianza fra queste proteine, le risposte anticorpali indotte dalla vaccinazione per il Covid-19 potrebbero innescare una reazione crociata contro le sincitine, causando effetti collaterali allergici, citotossici e / o autoimmuni che interessano la salute umana e la riproduzione.

Non sappiamo ancora, per assenza di studi, se gli anticorpi generati dall’azione della vaccinazione Covid possano reagire con le sincitine in modo simile a quanto fanno con la Spike, andando ad interferire sia nel processo di impianto dell’embrione che in quello di sviluppo placentare. Gli effetti dei vaccini Covid sulla fertilità umana non sono stati valutati nelle sperimentazioni precliniche sugli animali, né in quelle di fase I, II e III.

Why COVID-19 vaccines might affect fertility

Mariano Amici medico

IL GOVERNO ANNUNCIA ULTERIORI DISASTRI ALLA SANITA’

La disastrosa gestione della sanità pubblica è un problema strutturale nel nostro paese, dove da decenni sono in atto nefaste politiche di tagli. Negli ultimi dieci anni sono spariti 200 ospedali, 45.000 posti letto, 10.000 medici e 11.000 infermieri, confermando un andamento “storico” che ha eroso quello che era il migliore sistema del mondo, trasformandolo in una struttura che ha rischiato il collasso totale di fronte ad un’emergenza epidemiologica come quella del Covid-19.

Anziché trarre esperienza ed invertire tale tendenza, il governo Draghi è pronto ad indebolire ulteriormente la sanità con quasi 6 miliardi di tagli.
È quanto emerge dalla Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza, che è stata recentemente approvata dal Parlamento con una risoluzione di maggioranza.

Leggendo tale nota emerge che tra il 2022 ed il 2023 si andrà a diminuire la spesa sanitaria di 6 miliardi “per via dei minori oneri connessi alla gestione dell’emergenza epidemiologica”.
In pratica, prevedendo la cessazione dello stato di emergenza, verranno ritirati tutti i fondi investiti in più nel settore durante l’emergenza stessa, dimostrando di non aver compreso la lezione che il Covid ha impartito: con tutti i tagli apportati, il sistema non è in grado di fronteggiare un’epidemia senza trascurare la gestione delle altre patologie.
Solo per citare un esempio importante, la cura e la prevenzione dei tumori hanno sofferto particolarmente durante l’emergenza Covid, registrando un calo di diagnosi, di trattamenti, di interventi chirurgici e di screening preventivo. Sono stati chiusi molti reparti di elezione, dove sono ricoverati pazienti che richiedono trattamenti di alta specializzazione (tumori e malattie cardiovascolari, solo per citare due esempi), o depotenziati dirottando i medici specialisti al settore Covid, anche quando il settore restava vuoto. Non di rado si è verificato in più di un ospedale di avere pazienti negativi in attesa di cure, senza possibilità di ricovero, ed i letti nel reparto Covid che restavano vuoti. Una mia assistita mi ha riferito, tra le lacrime, che se sua madre fosse stata positiva al Covid, forse si sarebbe salvata, ma essendo negativa, ha ricevuto le dovute cure troppo tardi.

Non è necessario tagliare i fondi e nessun taglio sarà mai sufficiente se non si opererà con buonsenso e non si ottimizzerà la gestione dei soldi. È sull’acquisto di farmaci inutili e sui ricoveri non necessari che si può risparmiare moltissimo, ottenendo quanto necessario per potenziare i reparti di elezione, i centri diagnostici e le terapie domiciliari.

Togliere economie senza mettere in ordine il settore, senza ottimizzare le spese, significa solo fare tagli catastrofici.
E tutto questo a fronte di un ministro della salute che qualche mese fa ha annunciato, in pompa magna, la fine della stagione dei tagli alla sanità.

http://www.dt.mef.gov.it/modules/documenti_it/analisi_progammazione/documenti_programmatici/nadef_2021/NADEF_2021.pdf

https://www.adnkronos.com/recovery-speranza-20-miliardi-per-il-rilancio-del-servizio-sanitario-nazionale_HnGS7cEzP48w7W7TG4qpP

Mariano Amici medico

Riflessioni sui decessi con Covid-19

I casi totali di persone positive al test Covid-19 dall’inizio dell’epidemia sono 4.725.887, i decessi totali sono, ad oggi, 131.688. Statisticamente abbiamo quindi a che fare con una malattia che è letale per meno di 3 persone ogni 100 infettate.
In realtà la letalità effettiva è molto più bassa, per vari motivi.
Anzitutto non tutti i contagiati hanno effettuato un tampone (per quanto non sia un test valido, ai fini di questo ragionamento lo considereremo come una diagnosi affidabile).

Una meta analisi pubblicata su Pnas, e condotta dall’università di Yale, ha stimato che almeno il 35% dei contagiati sia completamente asintomatico e non venga quindi rilevato a meno che non finisca in un tracciamento da contatto con un positivo.
Significa che molte persone hanno avuto il Covid-19 in modo asintomatico e non lo sanno, perché non hanno fatto il test nel periodo in cui erano “malati” e non hanno fatto il test perché, in assenza di sintomi, non avevano motivo di sospettare di aver contratto il virus.

Quindi gli italiani che hanno avuto il Covid-19 non sono solo i 4,7 milioni che sono risultati positivi al test fino ad oggi, ma sono di più. Se aumenta il totale dei contagiati, includendo gli asintomatici mai testati, diminuisce di conseguenza la letalità del virus.

Il totale dei decessi, come è noto, include come morti “per Covid” tutti i deceduti che erano positivi al test, a prescindere dall’effettiva causa della morte.

Questo significa che il numero effettivo delle morti attribuibili al Covid è inferiore a 131.688. Di quanto inferiore? Non possiamo saperlo.

Siamo però in grado di riflettere grazie ai dati contenuti nel recente rapporto dell’Istituto Superiore della Sanità, che ha esaminato 7.910 cartelle cliniche di pazienti ricoverati in ospedale e il cui decesso è stato classificato come causato dal Covid-19.
Cosa ci dicono questi dati? 230 pazienti, cioè il 2,9% del campione, non avevano altre patologie. 902 pazienti (l’11,4%) ne avevano una. 1.424 (il 18%) ne avevano due e 5.354, cioè il 67,7% ne avevano almeno 3.

Questo significa che nel 67,7% dei casi in esame, la presenza di tre o più (la media è quasi 4) gravi patologie preesistenti, implica con estrema probabilità che il Covid-19 non può essere considerato propriamente la causa del decesso, ma solo una concausa. In maniera analoga sono scarse le possibilità che il Covid sia la causa primaria della morte dei pazienti che avevano già almeno due gravi patologie quando si sono infettati, anche in questo caso, infatti, più plausibilmente è stato una concausa.

Allora, al totale dei deceduti da inizio dell’epidemia, che ammonta a 131.688, bisogna togliere quasi il 70%, ascrivibile a tutte quelle persone che sono morte avendo più patologie gravi pregresse, ridimensionando quel numero fino a portarlo intorno ai 40.000. E ancora si tratta di una valutazione in eccesso, perché non tiene conto della classificazione sommaria effettuata soprattutto nella prima fase, quando i morti sono stati rapidamente cremati e le autopsie impedite.

E poi ci sono gli approcci terapeutici sbagliati, le cure inappropriate, il ricorso alla ventilazione profonda, che hanno peggiorato il quadro clinico dei pazienti in terapia intensiva, anche se in buona fede, anche seguendo le linee guida del governo. L’approccio terapeutico iniziale uccideva le persone e le prime autopsie lo hanno confermato.

Per concludere questa riflessione, se i contagiati sono stati molti di più di 4,7 milioni, perché un buon 35% di infettati è del tutto asintomatico e molti asintomatici non sono stati testati, se il totale dei decessi è molto inferiore, togliendo i casi in cui il virus era una concausa in un quadro già grave e quelli classificati grossolanamente come morti di Covid solo perché positivi al test, e togliendo anche le vittime di cure inappropriate, qual è la vera mortalità del Covid-19? Sicuramente non raggiunge l’1%.

Ed ora riflettete sui motivi per cui, ancora oggi, si spinge sul tasto dell’emergenza e si terrorizzano le persone, convincendole di trovarsi di fronte ad un imminente pericolo di vita, di massa.

https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-decessi-italia#2

https://www.pnas.org/content/118/34/e2109229118

Mariano Amici medico

PERCHE’ LA MORTALITA’ TRA I GIOVANI E’ AUMENTATA DAL MAGGIO 2021 AL SETTEMBRE 2021 DI UNA PERCENTUALE CHE ARRIVA FINO AL 47% RISPETTO ALLO STESSO PERIODO DEL 2020?

Dal Regno Unito giunge un gravissimo segnale di allarme: dal 01 maggio 2021 al 17 settembre 2021 la mortalità nei giovani tra i 15 ed i 19 anni è aumentata in modo significativo.
Le morti in questione sono maggiori rispetto a quanto atteso in base all’andamento medio degli anni precedenti e rispetto alle morti avvenute nel 2020, con un incremento che varia dal 16% fino al 47%.

Attenzione, l’aumento di decessi non è imputabile al Covid, il cui contributo è numericamente insignificante, e per questo necessita di indagini ed approfondimenti.

Esaminando i dati in dettaglio, si scopre che tra i 15 ed i 19 anni i deceduti nel 2020 sono stati 218, mentre dal 1 maggio al 17 settembre sono stati 320 (+102 in numeri assoluti, +47% in percentuale, di questi 102 deceduti in eccesso l’85% era di sesso maschile). Tra il 2015 ed il 2019 la media annuale dei decessi, nella stessa fascia di età è stata di 276, il che significa che nei 5 mesi del 2021 presi in esame, ci sono comunque 44 morti in più (16%). In questo contesto i deceduti per Covid sono stati 8 in tutto, numericamente irrilevanti e assolutamente non in grado di spiegare questo aumento della mortalità giovanile.

Gli stessi dati esaminano i decessi anche nelle fasce di età tra i 20 ed i 24 anni e tra i 25 ed i 29 anni. Non si può non notare come emerga la stessa anomalia, anche se in modo meno netto.
Nei 5 mesi (dal 1 maggio al 17 settembre) del 2021 in esame, sono morti 70 giovani tra i 20 ed i 24 anni in più rispetto all’intero 2020 (+16%) e 35 in più rispetto alla media del 2015-2019 (+8%), i morti di Covid sono stati 16 in tutto. Nella fascia di età dai 25 ai 29 anni l’incremento rispetto al 2020 è di 75 decessi (+12%), rispetto alla media del 2015-2019 è di 37 (+6%), ed i deceduti per Covid sono stati 26.

Non è tutto. Gli stessi dati posti a confronto con i decessi dal 1 gennaio al 30 aprile del 2021 non mostrano anomalie. Significa che qualcosa è accaduto e sta ancora accadendo, dal 1 maggio 2021, e questo qualcosa sta causando, rispetto all’anno scorso, un aumento dei decessi del 47% nei giovani tra i 15 ed i 19 anni, del 16% nei giovani tra i 20 ed i 24 anni e del 12% negli adulti tra i 25 ed i 29 anni di età.

Qual è questo evento, iniziato a maggio scorso, che sta mietendo vittime nella popolazione con meno di 30 anni?
Lo vogliamo avere il coraggio di dire che nel Regno Unito il programma di vaccinazione per il Covid, che è iniziato con la parte più anziana della popolazione l’8 dicembre 2020, ha toccato la fascia con meno di 40 anni a partire da aprile del 2021 e poi, via via, ha raggiunto i più giovani proprio in quei mesi? Vogliamo ammettere che la maggioranza delle vaccinazioni Covid inoculate agli inglesi dai 16 ad i 24 anni è proprio avvenuta dal 1 maggio del 2021?

La mortalità non connessa con il Covid in chi ha ricevuto almeno una dose di vaccino nei 21 giorni precedenti è del 60% superiore nella fascia di età al di sotto dei 19 anni rispetto a chi non è stato vaccinato.

Ecco la verità su cui riflettere, non la logica che ci propinano quotidianamente e che ci vuole lavare il cervello per indurci a pensare che coi vaccini “Tutto va ben, Madama la Marchesa!”

https://www.hartgroup.org/recent-deaths-in-young-people-in-england-and-wales/?fbclid=IwAR2LKY4_BnIqOV-JnZKuWKjSEguP_WijWpTJJOI98LmVNzg0DK15bV93WSw

https://www.youtube.com/watch?v=2A7VFKIOeUQ

Mariano Amici medico